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AI Act art. 50: cosa devi dichiarare dal 2 agosto se usi l'AI nei contenuti

Dal 2 agosto 2026 chi usa l'AI nei contenuti, in certi casi, deve dichiararlo. La guida pratica: le quattro situazioni che fanno scattare l'obbligo e come metterti in regola senza andare in panico.

Niccolò Falaschi · 6 Luglio 2026 · 3 min di lettura · #soliton ai · #intelligenza artificiale · #italia

Cos'è in breve

L'articolo 50 dell'AI Act introduce obblighi di trasparenza sui contenuti fatti con l'intelligenza artificiale. In sostanza: se usi l'AI per parlare con le persone o per generare contenuti che possono sembrare reali, in alcuni casi devi dichiararlo. Vale dal 2 agosto 2026 e riguarda chiunque, non solo le grandi aziende tech.

Abbiamo già raccontato perché la scadenza del 2 agosto non è stata rinviata e cosa prevede il calendario degli obblighi. Qui mettiamo in chiaro la parte pratica: quando scatta l'obbligo, quando no e cosa fare per essere a posto.

A chi si applica?

Prima cosa da chiarire, perché qui nasce metà della confusione. L'art. 50 non riguarda solo i sistemi cosiddetti ad alto rischio. Riguarda ogni azienda che usa l'AI generativa per produrre contenuti. Quindi anche te che scrivi un post, generi un'immagine per una sponsorizzata o metti un chatbot sul sito.

La norma distingue due ruoli. Il provider è chi costruisce il sistema AI, per esempio chi sviluppa il modello che genera le immagini. Il deployer è chi quel sistema lo usa per il proprio lavoro, cioè tu. Alcuni obblighi pesano sul provider, altri sul deployer. Sapere in quale ruolo sei serve a capire cosa tocca fare a te.

Le quattro situazioni in cui scatta l'obbligo

L'obbligo non è generico. Si attiva in quattro casi precisi.

  1. Contenuti generati. Testi, immagini, audio e video creati dall'AI vanno marcati in modo leggibile dalle macchine, con watermark o metadati. Questo obbligo pesa soprattutto sul provider, cioè sullo strumento. A te tocca sceglierne uno che lo faccia.
  2. Chatbot e assistenti. Se una persona sta parlando con un'AI, va informata che è un'AI. Vale per il chatbot sul sito o per il risponditore automatico. Unica deroga: quando è palese anche per un utente attento.
  3. Deepfake. Immagini, audio o video che sembrano reali ma sono generati o manipolati con l'AI vanno etichettati come artificiali. Qui l'obbligo è del deployer, quindi sei tu a doverlo dichiarare quando pubblichi.
  4. Testo di pubblico interesse. Articoli e notizie generati con l'AI su temi di interesse pubblico vanno dichiarati. Un normale post promozionale non rientra. Un contenuto informativo su una questione pubblica sì.

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Cosa non devi dichiarare?

Questa è la parte che calma le acque. Non tutto quello che tocchi con l'AI diventa un contenuto da etichettare.

C'è un'eccezione esplicita per l'editing assistivo e le modifiche non sostanziali. I ritocchi standard non fanno scattare l'obbligo deepfake. Correggere la luce o sistemare i colori resta lavoro normale di post-produzione.

Attenzione a un equivoco diffuso. Non esiste un'esenzione generale per la pubblicità. Il marketing si valuta caso per caso. Una foto di prodotto migliorata non è un deepfake. Una scena del tutto inventata che fa sembrare reale qualcosa che non è mai esistito può rientrare. Nel dubbio la regola pratica è semplice: dichiarare. Quando la posta in gioco è alta, sentire il tuo consulente.

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Come stare in regola: la checklist

Niente di complicato. Si tratta di mettere ordine in cose che spesso fai già.

  • Usa strumenti AI che marcano gli output con watermark o metadati, meglio se nello standard C2PA.
  • Aggiungi un'etichetta visibile quando pubblichi immagini o video generati che potrebbero sembrare reali, del tipo "Contenuto generato con AI".
  • Sul chatbot, metti una riga che avvisa: "Stai parlando con un assistente AI".
  • Scrivi una policy interna semplice che dica cosa dichiarate e come, così il brand resta coerente tra chi pubblica.
  • Tieni d'occhio il codice di condotta europeo, volontario, come riferimento di buona pratica.
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Cosa si rischia?

Le sanzioni per le violazioni sulla trasparenza arrivano fino a 15 milioni di euro o il 3% del fatturato mondiale annuo, con applicazione della cifra più alta. Il numero serve a far capire che non è un obbligo simbolico. Detto questo, l'enforcement parte in modo graduale e l'obiettivo dichiarato è la trasparenza, non fare cassa con le multe. Chi si organizza per tempo non ha motivo di preoccuparsi.

Domande da imprenditore

Domande frequenti

Se uso ChatGPT o Claude per scrivere un post social, devo dirlo?
In genere no per un normale post promozionale: non è testo di pubblico interesse né un deepfake. Sì, se è un articolo informativo su un tema di interesse pubblico o se spacci per reale un contenuto creato dall'AI.
Se genero un'immagine prodotto con l'AI per una sponsorizzata, va etichettata?
Dipende. Ritocco e ambientazione realistica si valutano caso per caso. Se l'immagine fa sembrare reale una scena inventata, etichetta. Non c'è esenzione automatica per le ads.
Il chatbot sul sito deve avvisare che è un'AI?
Sì, salvo sia palese. Basta una riga.
Il watermark lo metto io o lo strumento?
La marcatura leggibile dalle macchine è soprattutto dello strumento, cioè del provider. Tu come deployer aggiungi l'etichetta visibile quando serve e scegli strumenti conformi.
Da quando vale?
Dal 2 agosto 2026. Per i sistemi già sul mercato la sola marcatura tecnica ha una coda fino al 2 dicembre 2026.
È legge o è un consiglio?
L'art. 50 è legge, è il Regolamento UE 2024/1689. Il codice di condotta del 10 giugno 2026 è volontario e aiuta a dimostrare di essere in regola.
Cosa rischio davvero se non lo faccio?
Fino a 15 milioni di euro o il 3% del fatturato, ma l'enforcement è graduale. L'obiettivo resta la trasparenza.

La nostra linea

In fondo l'art. 50 chiede una cosa sola: rendere riconoscibile l'AI dove potrebbe ingannare chi guarda.

Questo articolo è una guida, non una consulenza legale. Per i casi di confine che contano davvero conviene confrontarsi con un consulente.

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Niccolò Falaschi

founder

appassionato di comunicazione, tecnologia, ai, aiuto le aziende a migliorare il posizionamento e la reputazione dei loro brand.