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L'AI usa il computer al posto vostro: su cosa conviene davvero e su cosa no

Google ha integrato l’agente che clicca e agisce da solo direttamente nel suo modello base. La promessa è il robot che lavora mentre siete al bar. La realtà è però più interessante e concreta: l'AI è oro sui pattern, il freno resta umano.

Niccolò Falaschi · 2 Luglio 2026 · 4 min di lettura · #dal mondo · #intelligenza artificiale

Adesso l'agente vede lo schermo e clicca da solo

Il 24 giugno Google ha messo la funzione chiamata computer use dentro il suo modello base, Gemini 3.5 Flash. Tradotto: l'AI non si limita più a scrivere risposte. Vede lo schermo, muove il cursore, clicca, compila moduli, naviga tra browser, desktop e telefono, fino al termine del compito in autonomia. Prima era un modello separato in versione di prova. Ora è una funzione di serie, dentro lo strumento che gli sviluppatori già usano, disponibile via API e sulla piattaforma enterprise di Google.

È una notizia tecnica, ma le opportunità che apre interessano qualsiasi imprenditore. Perché la promessa che ci sta sotto è quella che vi sentite ripetere da mesi.

La promessa che gira nei video

I contenuti più visti vendono sempre la stessa scena. Dai un compito all'agente, vai a prenderti un caffè, torni e trovi il lavoro finito. Un creator con decine di migliaia di visualizzazioni lo dice senza giri di parole: lo trasformi in un robot che lavora per te. Fa gola perché parla la lingua giusta, quella del tempo libero in più.

Il problema non è che sia falso. È che è vero solo a metà, però la metà che funziona non è quella del video.

La nostra linea

È la tesi che portiamo avanti da quando esiste Soliton. Questa notizia non la smentisce, la conferma. L'AI è oro sui processi a pattern, cioè ripetitivi e prevedibili, dove la risposta giusta è quasi sempre la stessa. Lì un agente che clicca al posto vostro fa risparmiare tempo vero. Non è oro sull'atto che pattern non è: la decisione, il caso che esce dallo schema. Lì serve una testa umana.

Un agente che usa il computer non cambia questa regola, la rende solo più concreta. Più gli date in mano un compito chiuso e ripetitivo, più vi serve. Più gli chiedete di sostituire il giudizio, più vi mette nei guai.

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Il numero che i video non dicono

In produzione, gli agenti che usano il computer falliscono ancora circa un compito su tre. Anche i migliori, messi alla prova sui test standardizzati del settore, ne portano a casa intorno a tre su quattro. Il quarto è il problema. Non è l'errore vistoso che salta all'occhio. È quello silenzioso: un dato che si corrompe, un passaggio saltato, un flusso che va avanti come se fosse tutto a posto mentre non lo è.

Su cento operazioni innocue non ve ne accorgete. Su un ordine, una fattura, un pagamento, ve ne accorgete tardi. Per questo l'oversight, cioè qualcuno che controlla, non è un optional che si toglie quando ci si fida. È parte del processo.

Cosa automatizzare davvero e cosa no

La parte utile esiste ed è grossa. Funzionano gli agenti cuciti su un compito solo: qualificare i contatti che arrivano, fissare appuntamenti, fare data entry, raccogliere informazioni da più siti, presidiare il primo livello del customer care e passare la mano quando serve una persona. Su lavori così, si parla di una dozzina di ore a settimana recuperate. Ne abbiamo scritto a proposito dell'agente che risponde ai clienti su WhatsApp: sui task a schema vola, sulla relazione va tenuto fuori.

Non funziona l'agente generalista, quello che promette di sostituire tre ruoli insieme e gestire tutto da solo. La formula che regge non è agente al posto dell'uomo. È agente che pianifica più automazione classica che esegue, con una persona che tiene il filo. Chi vende la prima vi sta vendendo il video. Chi costruisce la seconda vi sta facendo risparmiare davvero.

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Persino chi la crea mantiene l’essere umano come parte del processo

C'è un dettaglio nel lancio di Google che vale più di mille opinioni. Insieme all'agente, l'azienda ha rilasciato due paracadute pensati per le imprese: la conferma umana esplicita prima di un'azione sensibile o irreversibile, più lo stop automatico se qualcuno prova a dirottare l'agente con istruzioni nascoste dentro una pagina o un documento. Google stessa raccomanda di usarli insieme a sandbox, controllo umano e accessi ristretti.

Leggete bene. Chi ha costruito l'agente più capace in circolazione, nel momento in cui lo consegna alle aziende, ci mette sopra un freno umano e dice di non toglierlo. Non perché il prodotto sia debole. Perché è così che un'automazione potente si usa senza farsi male.

Questo è esattamente il punto che ripetiamo. L'umano nel processo non è il residuo da eliminare appena la tecnologia migliora. È la condizione che rende la tecnologia usabile. La conferma prima di un'azione che conta non è un limite da superare, è il segno che state automatizzando con la testa.

Quindi cosa deve fare chi ha un'azienda?

Prima di farvi affascinare dall'agente che fa tutto, fate una mappa noiosa: quali compiti, da voi, sono davvero schematici. Quelli che ripetete identici ogni settimana, con una procedura fissa e poco margine di giudizio. Quella è la lista da dare a un agente, un pezzo alla volta, con un controllo a valle. Tutto il resto, come decisioni e relazioni, resta dove deve stare: sotto il controllo umano.

dal mondo intelligenza artificiale

Niccolò Falaschi

founder

appassionato di comunicazione, tecnologia, ai, aiuto le aziende a migliorare il posizionamento e la reputazione dei loro brand.