Chi sono gli hater e quanto pesano
Tra gennaio e novembre 2025 l’Osservatorio italiano sui diritti Vox ha analizzato circa due milioni di contenuti pubblicati su X: il 56% è stato classificato come negativo. Secondo la Mappa dell’intolleranza, il bersaglio più frequente sono le donne, con il 37% dei contenuti ostili, seguite dalle persone ebree con il 29%.
Una parte di questi attacchi finisce in denuncia. Nel 2025 la Polizia postale ha trattato 9.564 casi di reati contro la persona commessi online, una categoria che comprende diffamazione, minacce, molestie e stalking.
Il fenomeno comincia presto.
Secondo l’indagine Istat sul 2023, il 33,9% degli 11-19enni ha subito almeno un episodio di offese, diffamazioni o esclusione online nei dodici mesi precedenti; il 7,8% più di una volta al mese.
Poi continua nell’età adulta, quando a essere colpiti sono giornaliste, atlete, amministratori locali o semplici utenti finiti per un giorno al centro di una polemica.
Davanti a questi numeri la domanda è semplice: perché chi viene attaccato fatica tanto a ottenere una risposta? Gli strumenti esistono.
I social permettono di bloccare, filtrare e segnalare. Il Digital Services Act obbliga le grandi piattaforme a offrire canali di segnalazione accessibili e una possibilità di ricorso contro le decisioni di moderazione. Il punto è come funzionano.
Il primo ostacolo è la segnalazione
Il 24 ottobre 2025 la Commissione europea ha contestato in via preliminare a Facebook e Instagram procedure di segnalazione appesantite da passaggi superflui e richieste aggiuntive. Secondo Bruxelles, le due app userebbero anche interfacce ingannevoli, i cosiddetti dark pattern, capaci di confondere e scoraggiare chi vuole segnalare. I ricorsi contro le decisioni di moderazione avevano un limite in più: non sembravano consentire di aggiungere spiegazioni o prove.
Le conclusioni restano preliminari e Meta può rispondere prima di una decisione definitiva, che in caso di violazione può arrivare a una sanzione fino al 6% del fatturato mondiale. Il problema descritto è comunque concreto. Il pulsante per segnalare c’è, eppure il percorso che segue può far desistere chi lo usa.
Offrire una funzione e renderla efficace sono due cose diverse.
La stessa indagine ha rilevato ostacoli nell’accesso dei ricercatori ai dati pubblici di Meta e TikTok, che spesso ottengono informazioni parziali o poco affidabili. Così diventa difficile verificare dall’esterno quanto funzionino le protezioni annunciate.
Quanti passaggi richiede un modulo, che cosa si può allegare, chi rivede una decisione sbagliata: sono scelte di prodotto che le piattaforme prendono ogni giorno per milioni di utenti.
Il secondo ostacolo è sapere chi ha scritto
Chi supera la segnalazione e decide di denunciare incontra un secondo problema: risalire all’autore. Dietro un nickname può esserci chiunque; per scoprirlo serve un’indagine, con i suoi tempi.
Da qui nasce una proposta che torna ciclicamente nel dibattito pubblico: collegare ogni account a un’identità verificata, lasciando visibile soltanto il nickname.
Una targa per ogni account
Un’auto circola senza che il nome del proprietario sia dipinto sulla portiera. Basta la targa: chi la vede non conosce il conducente, mentre in caso di incidente o di reato le autorità risalgono all’intestatario. Nel 2023 il deputato francese Paul Midy ha usato proprio questa immagine, la «plaque d’immatriculation», per proporre lo stesso principio sui social.
L’idea è semplice. Chi apre un account verifica la propria identità presso un ente terzo, ad esempio con la carta d’identità elettronica. La piattaforma riceve soltanto un codice. L’utente sceglie il nickname che preferisce e può aprire tutti i profili che vuole. Il collegamento tra codice e persona resta custodito altrove e si apre solo su richiesta di un giudice.
Gli strumenti esistono.
In Italia l’AGCOM impone già ai siti per adulti la verifica dell’età con il sistema del «doppio anonimato»: chi certifica l’età non sa quale sito visiti, il sito non sa chi sei. Entro la fine del 2026 ogni Stato dell’Unione deve offrire ai cittadini un portafoglio europeo di identità digitale. Il regolamento che lo istituisce obbliga i servizi ad accettare pseudonimi quando la legge non richiede l’identificazione.
Perché allora non lo facciamo?
La risposta di rito è «per la privacy». Detta così convince poco, perché nel modello della targa la piattaforma non conosce il nome di nessuno. Le ragioni concrete sono altre e vanno guardate una per una.
È già stato proposto, più volte
In Italia ci ha provato un disegno di legge presentato al Senato nell’ottobre 2018, che chiedeva un documento per iscriversi ai social.
L’anno dopo ci ha provato il deputato Luigi Marattin con una proposta basata su una certificazione esterna per non consegnare i dati alle piattaforme.
Nessuna delle due è arrivata in fondo.
In Francia la proposta è arrivata in aula. Nell’autunno 2023 circa duecento deputati della maggioranza hanno sostenuto emendamenti che avrebbero reso obbligatoria dal 2027 la certificazione dell’identità per ogni nuovo account, tramite un terzo di fiducia e senza alcun dato personale trasmesso al social network.
Era, quasi alla lettera, il modello della targa.
Gli emendamenti sono stati ritirati dopo l’opposizione del governo, che li riteneva incompatibili con il diritto europeo.
Roma non può decidere da sola
Le grandi piattaforme hanno la sede europea in Irlanda (se va bene) e, per il principio del Paese d’origine, rispondono anzitutto alle regole dello Stato in cui sono stabilite. Nel novembre 2023 la Corte di giustizia dell’Unione europea lo ha ribadito, dando ragione a Google, Meta e TikTok contro una legge austriaca che imponeva loro obblighi sui contenuti illeciti.
Un obbligo italiano di identificazione per Instagram o TikTok rischierebbe quindi di cadere davanti a un giudice. La decisione si prende a Bruxelles, dove finora si è scelto un portafoglio digitale facoltativo per i cittadini e la tutela dello pseudonimo. Chi vuole la targa per ogni account deve chiederla al legislatore europeo, con argomenti capaci di convincere ventisette Paesi.
L’unico Paese che l’ha fatto davvero
Una democrazia ha già sperimentato qualcosa di molto simile. Dal 2007 la Corea del Sud ha obbligato i siti con più di 100.000 visitatori al giorno a verificare l’identità degli utenti attraverso il numero di registrazione nazionale.
La legge arrivò dopo una serie di suic*** di personaggi pubblici bersagliati dai commenti d’odio.
I risultati però furono deludenti.
Secondo l’autorità coreana delle comunicazioni, la quota di commenti offensivi sui forum calò di meno di un punto percentuale, dal 13,9% al 13% circa, nel primo anno.
Il vero problema è che molti utenti si spostarono su siti stranieri non soggetti alla legge, YouTube si rifiutò di applicarla e chi non aveva un numero coreano restava escluso.
Nel 2011 un attacco informatico sottrasse i dati identificativi di 35 milioni di persone. Secondo il giurista Park Kyung-sin, in un solo anno le aziende avevano consegnato oltre 100.000 identità alla polizia senza mandato, più di tutti i mandati di perquisizione emessi dai tribunali del Paese.
Nel 2012 la Corte costituzionale ha cancellato la legge all’unanimità, osservando che i contenuti illeciti non erano diminuiti.
Qui emerge ciò che la parola «privacy» tende a nascondere.
Il rischio concreto riguarda la chiave del registro: chi la custodisce, chi può chiedere di usarla, con quali controlli e che cosa accade se il registro viene violato. Sono domande a cui si può rispondere con buone regole. Senza quelle risposte, la targa diventa uno strumento di sorveglianza.
Chi insulta spesso si firma
C’è poi la questione dell’efficacia. Un gruppo di ricercatori dell’Università di Zurigo ha analizzato oltre 530.000 commenti pubblicati in tre anni su una piattaforma tedesca di petizioni. Nelle ondate di indignazione collettiva, chi scriveva con nome e cognome si dimostrava più aggressivo di chi restava anonimo. Secondo gli autori, molti contano sul fatto che nessuno li perseguirà e che firmarsi li renda più credibili agli occhi del pubblico.
Sui social, del resto, l’anonimato è spesso apparente. Quando la campionessa di nuoto sincronizzato Linda Cerruti ha denunciato i commenti sessisti ricevuti su Instagram, la Polizia postale ha identificato e denunciato dodici persone. Già anni fa Antonello Soro, allora presidente del Garante per la protezione dei dati personali, ricordava che l’autorità giudiziaria può risalire all’identità di un utente senza procedure particolarmente complesse.
Il problema vero è il tempo. Ottenere i dati da una piattaforma con sede all’estero richiedeva procedure di cooperazione lente.
Dal 18 agosto 2026 si applica il regolamento europeo e-Evidence: un magistrato può chiedere i dati direttamente a un fornitore stabilito in un altro Stato membro, che deve rispondere entro dieci giorni, o entro otto ore nei casi urgenti. Il suo effetto si potrà misurare presto: quante denunce si trasformano in un’identificazione e quante identificazioni in una conseguenza.
Chi ci guadagna a non farlo?
Gli interessi economici esistono e sono più prosaici di quanto si immagini. Nel secondo trimestre 2026 la pubblicità valeva circa il 97,6% dei ricavi di Meta. Ogni passaggio in più al momento dell’iscrizione riduce le nuove registrazioni; ogni verifica ha un costo e crea responsabilità per chi la gestisce.
Lo mostra il dibattito sulla verifica dell’età. Meta fa pressione in Europa e in Nord America perché siano gli store di Apple e Google a controllare l’età degli utenti. Google ha risposto accusando Meta di voler scaricare la responsabilità invece di assumersela; Apple si è opposta a leggi di questo tipo.
Nessuno vuole sostenere il costo del controllo né esporsi alle sanzioni se il controllo fallisce. Nel frattempo, (per la serie "tutto è business") la verifica dell’identità è diventata anche un prodotto: Meta Verified è un abbonamento a pagamento.
Una strada già tracciata
Il Regno Unito ha scelto una via intermedia. L’Online Safety Act obbliga i servizi più grandi a offrire a tutti gli utenti adulti la possibilità di verificare la propria identità e uno strumento per filtrare le interazioni degli account non verificati. Nel luglio 2026 Ofcom ha messo in consultazione le regole attuative. Nessuno è costretto a identificarsi, ma chi viene preso di mira può scegliere di ricevere messaggi e commenti soltanto da chi ha accettato di essere rintracciabile.
Le domande da porre
Chi sostiene la targa per ogni account ha ragione su un punto: la tecnologia ha smesso di essere un alibi. Chi la contesta ha ragione su un altro: identificare tutti non garantisce che qualcuno venga sanzionato, mentre un registro con l’identità di milioni di persone va protetto come un’infrastruttura critica. Il confronto utile si colloca fra queste due ragioni.
Alle piattaforme si può chiedere perché non offrano già oggi, in Europa, la verifica facoltativa e il filtro per gli account non verificati. Al legislatore europeo, se considera sproporzionato un obbligo generale, quali alternative propone e con quali risultati misurabili.
Alle autorità italiane, quante segnalazioni arrivano a un’identificazione e in quanto tempo.
Nel frattempo, chi riceve insulti e minacce sui social, attende risposte...


