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Tutti parlano di frenare la corsa dell’AI. Ma la posizione dell'Italia qual è?

Il governo parla di sicurezza e sovranità tecnologica, ma sugli appelli degli ultimi giorni non emerge ancora una risposta pubblica specifica. Un Paese che vuole contare nell’intelligenza artificiale deve spiegare anche quali regole è disposto a sostenere.

Niccolò Falaschi · 22 Settembre 2026 · 5 min di lettura · #intelligenza artificiale · #italia
ai generated

Chi costruisce alcuni dei sistemi di intelligenza artificiale più avanzati chiede di rallentare. I governi iniziano a rispondere. E l’Italia?

Il 12 settembre Dario Amodei, amministratore delegato di Anthropic, l’azienda che produce Claude, ha proposto di moderare lo sviluppo dei modelli più potenti per dare alla sicurezza il tempo di recuperare. Il piano comprende controllori indipendenti, coordinamento fra aziende e cooperazione internazionale. Reuters

Non si sta discutendo di vietare agli studenti di usare ChatGPT o alle imprese di automatizzare un processo. La domanda riguarda i sistemi del futuro prossimo: quanto possono diventare potenti prima che chi li sviluppa debba dimostrare di saperli controllare?

È una questione tecnologica, ma anche politica. Stabilire limiti significa decidere chi li verifica, chi paga i controlli e come evitare che le regole proteggano soprattutto le aziende già dominanti.

Su questa scelta, nelle fonti pubbliche consultate al 14 settembre non abbiamo individuato una risposta specifica del governo italiano agli appelli del 12–14 settembre.

Questo non dimostra che non esistano valutazioni interne o contatti diplomatici. Significa che, per un cittadino che cerca di capire la posizione del proprio Paese, una risposta riconoscibile non emerge ancora.

Altri governi hanno iniziato a rispondere

La Germania considera impraticabile uno stop allo sviluppo europeo e chiede di coinvolgere Stati Uniti e Cina. È una posizione discutibile, come ogni scelta politica, ma comprensibile: Berlino ritiene che l’Europa non possa fermarsi da sola mentre gli altri continuano. Reuters

Una risposta italiana potrebbe essere diversa. Potrebbe sostenere controlli più rigorosi, rifiutare una pausa generale o proporre limiti soltanto per determinate capacità pericolose.

Il punto è poter conoscere quella scelta e le ragioni che la sostengono.

Non serve dichiararsi favorevoli al rallentamento per prendere sul serio il problema. Serve spiegare quali prove chiedere ai laboratori e quali rischi considerare accettabili.

L’Italia parla già di AI. Proprio per questo possiamo chiedere di più

Sarebbe scorretto raccontare un governo che non si è mai occupato dell’argomento.

Il 9 settembre, prima dell’appello di Amodei, Giorgia Meloni ha definito l’intelligenza artificiale una priorità dell’azione governativa. Ha richiamato le opportunità della tecnologia e i rischi per diritti, democrazia e lavoro. È una posizione generale, precedente alla vicenda attuale. Italpress

Il 29 maggio il ministro delle Imprese Adolfo Urso aveva presentato al G7 di Parigi una linea italiana fondata su autonomia strategica, centralità della persona e sviluppo sostenibile dei centri di calcolo. MIMIT

Sono principi rilevanti. Ma un principio diventa una politica quando permette di scegliere anche nei casi difficili.

Che cosa significa mettere la persona al centro se un laboratorio dichiara di non riuscire a controllare abbastanza bene i propri sistemi? Quali verifiche chiediamo? Sosteniamo controllori indipendenti? Quali condizioni vorremmo portare a un confronto internazionale?

Ripetere che l’AI deve essere sicura non risponde ancora alla domanda su come renderla sicura.

File di armadi server ordinati si affacciano su un corridoio luminoso ai generated

Il ritardo esiste, ma va misurato correttamente

Ci sono dati che mostrano difficoltà reali del sistema italiano.

Secondo Istat, nel 2025 il 16,4% delle imprese con almeno dieci addetti utilizzava almeno una tecnologia di intelligenza artificiale. La quota era raddoppiata rispetto all’8,2% del 2024, ma il divario nell’adozione fra grandi imprese e PMI aveva raggiunto circa 37 punti percentuali. Istat, Imprese e ICT 2025

Questi numeri raccontano un Paese che avanza in modo diseguale. Non misurano la capacità del governo di comprendere un rischio tecnologico e non dimostrano perché manchi una risposta pubblica su questa vicenda.

Confondere le due cose indebolirebbe la critica.

Anche descrivere l’Italia come priva di risorse sarebbe sbagliato. Nell’aprile 2026 EuroHPC ha firmato il contratto per un nuovo supercomputer dedicato all’intelligenza artificiale nell’ambito di IT4LIA, l’iniziativa italiana inserita nella rete europea delle AI Factories. È un investimento concreto, pur distinto dalla disponibilità operativa della nuova macchina. EuroHPC

Abbiamo quindi ragioni per partecipare alla discussione. La mancanza di un gigante delle dimensioni di OpenAI non ci esonera dal farlo.

Anche chi compra l’AI ha diritto di decidere le regole

Le imprese italiane possono utilizzare tecnologie costruite altrove e subirne comunque le conseguenze: cambiamenti di prezzo, interruzioni dei servizi, errori e difficoltà nel cambiare fornitore.

Per questo una posizione italiana dovrebbe tenere insieme sicurezza e concorrenza.

Controlli troppo deboli possono lasciare utenti e imprese esposti. Requisiti sproporzionati possono invece rendere impossibile l’ingresso di nuovi concorrenti, consolidando il potere dei grandi laboratori.

Un governo deve difendere anche chi si trova in mezzo: aziende che vogliono innovare senza diventare dipendenti da un unico fornitore, ricercatori che hanno bisogno di strumenti accessibili e cittadini che pretendono responsabilità quando qualcosa va storto.

Partecipare al dibattito significa rappresentare questi interessi. Non occorre essere primi nella corsa tecnologica per avere qualcosa da dire.

Due professionisti confrontano strumenti di lavoro in un piccolo laboratorio artigiano ai generated

La domanda da rivolgere al governo

Sono trascorsi soltanto due giorni dall’appello di Amodei. Sarebbe prematuro trasformare questo intervallo in una sentenza sull’incapacità italiana. Una risposta seria può richiedere tempo e non deve inseguire ogni dichiarazione dei dirigenti tecnologici.

Ma proprio la rilevanza del tema rende legittime alcune domande concrete:

  • L’Italia sostiene valutazioni indipendenti dei modelli più avanzati?
  • Quali condizioni ritiene necessarie per discutere un rallentamento internazionale?
  • Come vuole evitare che i controlli diventino barriere per i concorrenti più piccoli?
  • Quale proposta intende sostenere nelle sedi europee e nel G7?

Non sono domande alle quali debba rispondere soltanto chi vende intelligenza artificiale.

Un Paese che rivendica sovranità tecnologica deve rendere comprensibili le proprie scelte quando la tecnologia diventa un problema politico. Investire nell’AI è necessario. Spiegare come intendiamo governarla lo è altrettanto.

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Niccolò Falaschi

founder

appassionato di comunicazione, tecnologia, ai, aiuto le aziende a migliorare il posizionamento e la reputazione dei loro brand.