Prima è arrivato l’allarme di chi costruisce l’intelligenza artificiale. Poi la risposta di chi teme di essere escluso dai giochi.
Il 12 settembre Dario Amodei, amministratore delegato di Anthropic, l’azienda che produce Claude, ha chiesto di rallentare lo sviluppo dei sistemi più avanzati. La sua preoccupazione è che diventino più potenti prima che i ricercatori abbiano imparato a controllarli adeguatamente. Sam Altman, alla guida di OpenAI, la società di ChatGPT, ha sostenuto la necessità di procedere con maggiore prudenza. Axios
Il 14 settembre è intervenuta la Cina. Guo Jiakun, portavoce del ministero degli Esteri, ha invitato alla collaborazione e criticato allarmismo, contrapposizione e competizione distruttiva. La dichiarazione è stata riportata dall’Associated Press. AP su GPB
La distanza riguarda soprattutto le condizioni della proposta. Amodei chiede cooperazione internazionale sulla sicurezza, ma anche misure per mantenere il vantaggio tecnologico americano.
È possibile convincere un concorrente a collaborare mentre si cerca di impedirgli di raggiungerci? È il problema che la risposta cinese mette al centro del dibattito.
Perché la Cina si è sentita chiamata in causa
Nel saggio di Amodei la Cina occupa un posto preciso.
Il manager sostiene che un rallentamento delle aziende americane potrebbe lasciare spazio ai laboratori cinesi. Per evitarlo propone di limitare la vendita alla Cina dei chip più potenti e delle macchine necessarie a produrli. Chiede anche di contrastare il contrabbando e l’accesso a distanza a centri di calcolo all’estero. La proposta originale di Amodei
I chip sono i componenti che eseguono i calcoli. Per costruire un sistema di intelligenza artificiale avanzato ne servono molti, collegati dentro grandi centri informatici. Il software conta, ma servono anche macchine, energia e tempo.
Limitare l’accesso a queste risorse può rendere lo sviluppo più difficile o costoso. Perciò le restrizioni sui chip hanno conseguenze industriali immediate, oltre agli obiettivi di sicurezza.
Il ragionamento di Amodei è che mantenere il vantaggio americano darebbe ai suoi laboratori più tempo per migliorare le protezioni. Per un concorrente cinese, però, la stessa proposta può apparire come un invito a restare indietro.
Questa tensione è presente nel testo. Non dimostra che l’allarme sui rischi sia inventato. Dimostra che la proposta di sicurezza contiene anche una scelta su chi dovrebbe mantenere il primato.
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Che cosa ha risposto davvero Pechino
La reazione cinese è arrivata attraverso voci diverse.
Il Global Times, quotidiano controllato dallo Stato, ha descritto il saggio come una proposta di contenimento della Cina mascherata da iniziativa per la sicurezza. Il ministero degli Esteri ha invece formulato una risposta diplomatica più generale, richiamando la necessità di collaborare. La ricostruzione AP
Le due prese di posizione sono collegate, ma non sono intercambiabili. Un editoriale non è un accordo governativo. Una dichiarazione del portavoce non è un impegno assunto dai laboratori cinesi.
Nelle fonti esaminate non emerge un’adesione a limiti comuni, accompagnata da verifiche e scadenze. Ma nemmeno sarebbe corretto riassumere tutto dicendo che la Cina considera l’AI innocua e vuole svilupparla senza regole.
Anche la Cina ha riconosciuto i rischi dell’AI
Nel novembre 2023 Cina, Stati Uniti, Unione europea e altri Paesi, compresa l’Italia, parteciparono alla dichiarazione di Bletchley sulla sicurezza dell’intelligenza artificiale. Il documento riconosceva la possibilità di danni gravi, anche catastrofici, e la necessità di cooperare per comprenderli e prevenirli. Dichiarazione di Bletchley
Nel piano sulla gestione globale dell’AI pubblicato sul sito del ministero degli Esteri cinese nel luglio 2025 compaiono valutazioni dei rischi, sicurezza e controllabilità. Lo stesso documento chiede di ridurre le barriere tecnologiche e rendere più accessibile lo sviluppo dell’intelligenza artificiale. Il piano cinese
Questi testi non provano che gli impegni siano stati applicati in modo sufficiente. E non equivalgono all’accettazione della proposta attuale.
Mostrano però che riconoscere un pericolo e accettare le condizioni poste da un concorrente sono due decisioni diverse.
Se rallento io e tu continui, chi ci guadagna?
Immaginiamo due aziende impegnate a sviluppare lo stesso prodotto. Entrambe sanno che servirebbero altri controlli. Una decide di prendersi sei mesi in più. L’altra arriva subito sul mercato e conquista clienti.
La prima potrebbe aver fatto la scelta più responsabile, ma potrebbe anche aver perso un vantaggio commerciale.
Fra Stati il problema si allarga. Oltre ai clienti ci sono capacità industriali, ricerca e potere politico. Un governo può temere che un sacrificio presente si trasformi in una dipendenza futura.
Anche Donald Trump ha messo al primo posto il mantenimento del vantaggio americano sulla Cina, minimizzando gli allarmi dei dirigenti tecnologici. AP
Questo rende il confronto meno semplice di uno scontro fra America prudente e Cina disposta a tutto. Anche negli Stati Uniti esistono divergenze su quanto rallentare e su quali rischi accettare.
La difficoltà è costruire una fiducia che non dipenda soltanto dalle promesse dell’altra parte.
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La sicurezza può diventare una barriera commerciale?
Il dubbio sollevato dalla Cina richiama quello che riguarda le aziende più piccole: una regola può proteggere il pubblico e contemporaneamente favorire chi è già forte.
Immaginiamo verifiche obbligatorie molto costose, accesso limitato alle infrastrutture e certificazioni difficili da ottenere. Un grande laboratorio potrebbe assorbire questi costi. Un concorrente con meno risorse potrebbe rinunciare prima di arrivare sul mercato.
Su scala internazionale, restrizioni tecnologiche e requisiti di sicurezza potrebbero sommarsi. Chi parte svantaggiato avrebbe meno strumenti per recuperare e più ostacoli da superare.
Non significa che ogni controllo sia ingiusto. Un sistema capace di provocare danni seri richiede verifiche adeguate. Il problema è capire se i requisiti misurino davvero il rischio oppure impongano costi senza un beneficio proporzionato.
Una buona regola dovrebbe permettere anche a un nuovo concorrente di dimostrare che il suo prodotto è sicuro. Se quella possibilità esiste soltanto sulla carta, la sicurezza rischia di diventare una protezione del mercato.
Anche l’apertura è una strategia di marketing
Sarebbe però ingenuo attribuire interessi commerciali soltanto agli americani.
Presentarsi come sostenitori di un’AI accessibile può aiutare anche le aziende cinesi a conquistare sviluppatori, imprese e governi. Rendere disponibile un modello può facilitarne l’adozione e creare opportunità per vendere servizi, assistenza e infrastrutture.
In un’analisi pubblicata il 3 settembre su Lawfare, la studiosa Chinmayi Sharma distingue proprio questi due aspetti. Un modello scaricabile offre un controllo reale a chi lo utilizza. Ma restano da valutare le dipendenze dai computer, dai servizi e dalle competenze necessarie a farlo funzionare. L’analisi di Sharma
Per un’impresa è una distinzione concreta: poter ottenere il software non significa poter cambiare facilmente tutta l’infrastruttura che lo circonda.
Sul piano della comunicazione, quindi, entrambe le posizioni possono essere persuasive. La promessa americana di sicurezza costruisce fiducia. La promessa cinese di accessibilità può attrarre chi teme esclusioni e costi elevati.
Nessuna delle due, da sola, dimostra come funzioneranno davvero i prodotti o quanto sarà libero il mercato.
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Che cosa servirebbe per andare oltre le dichiarazioni
Un’intesa credibile dovrebbe rispondere almeno a tre domande.
- La prima riguarda che cosa viene limitato. Nuovi esperimenti? Determinate capacità pericolose? La distribuzione di prodotti non ancora controllati? Fermare una fase dello sviluppo non equivale a fermare tutta l’AI.
- La seconda riguarda chi verifica. Un controllore dovrebbe poter raccogliere prove sufficienti senza trasformare l’ispezione in un accesso indiscriminato a segreti industriali e dati dei clienti.
- La terza riguarda che cosa succede a chi non rispetta gli impegni. Senza conseguenze definite, chi collabora potrebbe trovarsi penalizzato rispetto a chi continua di nascosto.
Sono condizioni con cui valutare un eventuale accordo, non clausole già concordate. Al 14 settembre, nelle fonti consultate non è documentata un’intesa operativa nata da questo confronto.
Per chi userà l’intelligenza artificiale, anche in Italia, la posta in gioco è concreta: prodotti affidabili, prezzi sostenibili e possibilità di scegliere fra fornitori diversi.
La risposta cinese mostra quanto questi obiettivi siano intrecciati. Per rendere l’AI più sicura servirà la collaborazione di chi la sviluppa. Perché quella collaborazione sia credibile, le regole dovranno poter essere accettate anche da chi oggi sta cercando di raggiungere i leader.


