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Google chiude le campagne Display: cosa cambia per le tue inserzioni

Da giugno Google sposta le vecchie campagne Display dentro Demand Gen: più automazione AI, meno leve manuali. Se investite in Google Ads, ecco cosa succede ai vostri soldi.

Niccolò Falaschi · 19 Giugno 2026 · 3 min di lettura · #web

Cosa è successo

Google ha deciso di mandare in pensione le campagne Display come tipo a sé. Da giugno 2026, dentro l'account Google Ads, compare uno strumento che sposta le campagne Display esistenti dentro un altro formato che si chiama Demand Gen. Le nuove campagne Display, da ora, si possono creare solo lì dentro.

Se gestite voi le inserzioni, ve ne accorgerete dall'interfaccia. Se le gestisce un'agenzia o un consulente, è una cosa di cui dovreste sentir parlare in queste settimane. In entrambi i casi conviene sapere cosa cambia davvero, perché dietro al cambio di nome c'è un cambio di logica.

Cos'è Demand Gen e perché Google ci sposta tutto

Demand Gen è il formato pubblicitario che Google spinge da un paio d'anni. La differenza con la vecchia Display non è dove appaiono gli annunci, ma chi decide come spenderli.

La Display classica vi lasciava molte leve in mano: scegliere i siti, i target, i posizionamenti. Demand Gen funziona di più ad automazione: voi date obiettivi, budget, creatività e segnali di pubblico, e l'AI di Google decide gran parte del resto, distribuendo gli annunci su tutto il suo inventario, da YouTube a Gmail al resto della rete. In cambio della delega ottenete formati nuovi (caroselli, più opzioni video), pubblici simili ai vostri clienti migliori, strumenti di AI generativa per creare le immagini e nuove logiche di offerta.

In una riga: più potenza automatica, meno controllo fine. Per qualcuno è un sollievo, per altri è una perdita. Dipende da quanto eravate abituati a mettere le mani nel motore.

Cosa succede alle vostre campagne

Tre cose da sapere, in ordine di importanza.

Le campagne esistenti restano modificabili finché non le migrate. Avete tempo, non dovete correre a toccare tutto domani mattina. Lo strumento di migrazione porta con sé lo storico delle performance, fino a 42 giorni, così la campagna spostata non riparte da zero: il tempo di riapprendimento si riduce a un giorno o due, invece di settimane di assestamento a vuoto.

Ma, e qui sta il punto da non perdere, se non migrate voi a mano, prima o poi Google migra le campagne in automatico. Quindi la scelta non è "se", è "chi e quando". O lo fate voi, in modo controllato, con qualcuno che guarda i numeri prima e dopo. O lo fa Google per voi, quando decide lui, e voi ve ne accorgete a cose fatte.

"Perdo il controllo del budget?"

È la domanda che fanno tutti e la risposta è "in parte sì". Demand Gen toglie alcune leve manuali e affida più decisioni all'automazione. Il rischio concreto non è che il budget esploda, è che si sposti dove non vorreste: su pubblici o posizionamenti che convertono male per voi, mentre il pannello vi mostra numeri che sembrano buoni.

Per questo la migrazione non è un clic da fare distrattamente. È il momento in cui rivedere a chi state parlando, quali segnali di pubblico date al sistema e come misurate i risultati veri (non i clic, le vendite o i contatti). L'automazione lavora bene se le date dati buoni. Se le date dati sciatti, automatizza gli errori più in fretta.

Cosa fare adesso

  1. Aprite l'account o chiedete a chi ve lo gestisce, e fate l'inventario delle campagne Display attive. Quali sono, quanto spendono, cosa portano davvero.
  2. Decidete voi i tempi della migrazione, campagna per campagna, partendo da quelle che valgono di più, e segnatevi i numeri di partenza per confrontarli dopo.
  3. Usate l'occasione per ripulire pubblici e creatività, perché in Demand Gen la qualità di quello che date in pasto al sistema conta più di prima.

Daje.

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Niccolò Falaschi

founder

appassionato di comunicazione, tecnologia, ai, aiuto le aziende a migliorare il posizionamento e la reputazione dei loro brand.